In Calabria, le patologie ordinarie restano ostaggio di interminabili liste d’attesa, che si allungano giorno dopo giorno. Il sistema sanitario regionale, ormai soffocato da problemi strutturali e finanziari, continua a rappresentare un’emergenza per i cittadini. Dopo il crollo registrato nel biennio della pandemia, la mobilità passiva – ovvero la spesa per i pazienti costretti a curarsi fuori regione – è tornata a superare i 300 milioni di euro. La Calabria rimane così ai margini dell’offerta sanitaria, mentre il diritto alla cura resta inascoltato, alimentando l’esodo sanitario verso le strutture d’eccellenza di Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio.
Chi rimane in regione deve armarsi di pazienza e, paradossalmente, di una salute di ferro per ottenere una visita o un esame. I tempi d’attesa sono allarmanti: per una colonoscopia, la media supera l’anno in tutta la Calabria, mentre a Cosenza una visita urologica richiede almeno 15 mesi. Anche le visite cardiologiche e dermatologiche sono soggette a lunghi ritardi.
Mimma Iannello, leader regionale di Federconsumatori, denuncia l’assenza di trasparenza nella sanità calabrese, sottolineando disservizi, carenze di personale e mala gestione. Queste criticità non fanno che spingere sempre più cittadini verso il settore privato, aggravando ulteriormente le disuguaglianze nell’accesso alle cure. Intanto, l’appello per un diritto sacrosanto alla salute continua a rimanere inascoltato.
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