Vi sarebbe un debito di droga non pagato dietro il tentativo di uccidere un 35enne qualche mese fa rimasto ferito gravemente a Montebello Jonico, nel reggino.

È quanto ritengono di aver accertato i carabinieri che oggi hanno fatto scattare le manette ai polsi di cinque persone, legate da vincoli di parentela, a cui si contesta il tentato omicidio, la detenzione e porto di armi da guerra, così come la detenzione e traffico di stupefacenti e la ricettazione.

I fatti risalgono al 9 ottobre scorso, quando un uomo è arrivato all’Ospedale di Melito Porto Salvo con una ferita d’arma da fuoco al collo.

La gravità della lesione aveva poi fatto decidere i medici per il suo trasferimento immediato nel reparto di Rianimazione del Gom di Reggio Calabria, dove era stato ricoverato.

L’allarme lanciato dall’ospedale aveva subito attivato i Carabinieri, che avviarono le prime indagini, coordinati dalla Procura della Repubblica del capoluogo, per ricostruire la dinamica.

Le prime evidenze sul luogo del delitto permisero di stabilire che l’arma usata fosse una pistola a tamburo, tipo una rivoltella, un dettaglio suggerito dall’assenza di bossoli e dalla tipologia dell’ogiva estratta dal corpo della vittima.

Gli investigatori avevano quindi iniziato un lavoro minuzioso, scandagliando ogni dettaglio della vita della vittima e dei suoi contatti per risalire al responsabile dell’attentato.

Le indagini, durate diversi mesi, sono state eseguite con metodi tradizionali e avanzate tecniche investigative. Gli inquirenti hanno raccolto testimonianze cruciali, ma determinanti sono state soprattutto le intercettazioni telefoniche e ambientali che hanno permesso di delineare il quadro criminale e identificare i soggetti che si ritiene siano stati coinvolti.

I militari hanno poi effettuato una serie di perquisizioni mirate nelle abitazioni e nei terreni dei sospetti, con particolare attenzione a un “giardino” di proprietà della madre del presunto autore del tentato omicidio. Ed è proprio lì che sono emersi importanti elementi indiziari.

UN ARSENALE NASCOSTO

Le perquisizioni hanno infatti portato alla scoperta di un vero e proprio arsenale da guerra, nascosto con una meticolosa attenzioneTra le armi sequestrate vi sono pistole e fucili, tra cui una pistola tipo rivoltella nera contenente nel tamburo a 6 colpi5 colpi calibro 7.65, che si sospetta sia stata usata per commettere il delitto, ma anche un fucile automatico AK-47 Kalashnikov con la matricola abrasa.

Oltre a ciò, i Carabinieri hanno ritrovato ingenti quantità di munizioniesplosivi e anche droga: circa mezzo chilo di cocaina, dal valore di mercato di 150 mila euro, 200 grammi di tritolo conservati in un barattolo di vetro, e una micidiale bomba carta del peso di circa 1,2 kg, dotata di miccia.

Le intercettazioni poi fanno ritenere agli investigatori di aver messo in luce come tutti i presunti partecipanti ai fatti, legati fra loro da intensissimi legami familiari, agissero all’unisono, con una “fortissima solidarietà reciproca e come un vero e proprio corpo unico”.

Scoperta poi la detenzione di una mole impressionante di armi, anche micidiali e da guerra, con correlato munizionamento oltreché esplosivo di notoria elevata potenzialità offensiva. Il tutto era disseminato tra le pertinenze delle abitazioni e i terreni limitrofipronto per essere utilizzato.

UN FORTINO DEL CRIMINE

I militari si dicono certi, quindi di aver ricostruito il presunto movente del tentato omicidio, che come accennavamo all’inizio sarebbe riconducibile a un debito contratto dalla vittima per l’acquisto di droga.

Gli investigatori sostengono infatti che i preesistenti contatti tra la vittima e gli indagati sarebbero stati frequenti e avvenuti spesso tramite messaggi in codice, con espressioni come “un bacino” o “due bacini”, fraseggi che si riferivano alle dosi di stupefacente richieste.

Secondo le dichiarazioni raccolte, il ferito si sarebbe recato spesso a casa del presunto autore del tentato omicidio per acquistare droga e in almeno un’occasione avrebbe consegnato denaro in contante direttamente a uno degli arrestati.

TRA DEPISTAGGI E OMERTÀ

Nonostante gli elementi raccolti, gli indagati hanno tentato più volte di eludere le investigazioni cercando di spostare le armi e imponendo il silenzio ai propri familiari.

Durante le intercettazioni, si sarebbero documentati ordini espliciti impartiti da uno degli arrestati alla figlia e al cognato affinché non rivelassero nulla agli inquirenti, nonché la volontà di nascondere altre armi da guerra, al momento non ancora ritrovate.

L’OPERAZIONE

L’operazione è stata condotta dai Carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo, con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria”, del Nucleo Cinofili di Vibo Valentia e della Compagnia Carabinieri di Desio (Monza Brianza). Le indagini sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria diretta da Giuseppe Lombardo.

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